Pillole di sostenibilità urbana

Condivido qui di seguito un altro estratto dalla mia tesi di laurea magistrale, di prossima pubblicazione, intitolata “OLTRE GLI OBIETTIVI DEL MILLENNIO”. Forte di una recente esperienza in cui, tramite l’associazione EcoLogiche, ho potuto partecipare attivamente all’organizzazione del primo Festival della Città Sostenibile di Formia (LT), confermo quanto la diffusione e la sperimentazione di concetti derivati dall’ecologia sia determinante nel connotare la good governance di un’amministrazione regionale o locale*. 

Nell’avviare strategie di sostenibilità, la città si pone come un oggetto privilegiato di attenzione. Si tratta infatti di intervenire su un ecosistema dove il grado di artificialità è molto elevato, un tipo di ambiente in cui tende a concentrarsi una quota crescente di popolazione a livello mondiale, e che fornisce un contributo determinante all’attuale insostenibilità globale. La città è dunque il luogo in cui le pressioni ambientali si accentuano raggiungendo spesso livelli critici, e dove la densità territoriale delle stesse è massima. Non si potranno dunque intraprendere dei sentieri di sostenibilità a su scala globale se non partendo dal livello urbano, come luogo in cui non soltanto si accentrano i fattori di pressione, ma anche, per le ragioni esposte precedentemente, l’attivazione di sinergie virtuose tra i soggetti locali può essere particolarmente efficace.[1]

Ma che senso può avere parlare di sostenibilità urbana o di città sostenibile? La nozione di sviluppo urbano sostenibile richiede in realtà una riformulazione delle definizioni, peraltro piuttosto ambigue, elaborate a livello astratto e globale. Si tratta cioè di pervenire a una definizione operativa che abbia senso a livello locale, e in particolare su scala urbana.

La città è per definizione insostenibile in senso stretto, in quanto in costante squilibrio energetico nei confronti di un ambiente esterno ormai esteso su scala planetaria. Non è oggi possibile per nessuna città sostenere se stessa contando sulle risorse disponibili nel suo hinterland. Questo è vero, per molti versi, per qualsiasi sistema produttivo locale, che si estende, di regola, su una superficie più ampia di quella urbana, ma di fatto assimilabile al suo hinterland. Secondo Rees sarebbe possibile raggiungere la sostenibilità globale soltanto se la popolazione mondiale fosse in grado di vivere entro i limiti imposti dalla capacità di carico regionale. Tuttavia tutte le regioni fortemente urbanizzate e industrializzate sono collegate da una rete complessa di interazioni attraverso la quale esse importano risorse naturali, come acqua ed energia, mentre importano ed esportano materie prime, prodotti manifatturieri, servizi e persone. Al “surplus ecologico” di queste aree non corrisponde necessariamente un surplus delle aree di importazione, ma si consuma di fatto un impoverimento del capitale naturale essenziale con la conseguente compromissione della capacità di carico globale.

Ne consegue che le aree urbane, in quanto importatrici nette di risorse e produttrici nette di rifiuti, non possono essere auto contenute né sostenibili in senso forte. In questo senso esse sono importatrici nette di capacità di carico, e in ultima analisi di sostenibilità.

Non potrà quindi darsi una definizione assoluta di sviluppo urbano sostenibile; si tratta, soprattutto, di un obiettivo cui tendere nella minimizzazione delle importazioni di risorse naturali e nell’esportazione di rifiuti, oltre che nella massimizzazione della protezione del capitale naturale e costruito locale: monumenti e opere di pregio, assimilabili a risorse non rinnovabili.[2] Da un punto di vista operativo il concetto di sostenibilità locale ha soprattutto il significato di mettere in relazione azioni e scelte con luoghi determinati, a una scala alla quale responsabilizzazione -collettiva e individuale possano coincidere.[3]

Vale la pena ribadire che la città è per definizione un sistema eterotrofo e in costante squilibrio energetico con l’ambiente esterno, ed è per definizione la sede della massima artificialità dell’esistenza umana. Occorre quindi porre attenzione a quei processi che rischiano di far perdere alla città, spesso già caratterizzata da una crescita disordinata e incontrollata nei periodi di rapida industrializzazione, quel ruolo di leadership culturale, prima ancora che in altri campi, nei confronti del territorio circostante.[4] Si tratta di concentrarsi sui modelli abitativi, di mobilità, di insediamento delle attività produttive, per valutarne le implicazioni ambientali, e cercare di governare questi processi con azioni sia di breve che di lungo periodo. Si pensi, ad esempio, ai processi di diffusione urbana in atto ai margini di molte città e metropoli europee, con modelli abitativi a bassa densità di uso del suolo, tipicamente nordamericani, e che pongono grossi problemi di mobilità e di consumo energetico, basati come sono sull’uso dell’automobile. Oppure ai processi di ghettizzazione, anche questi in atto in molte città europee, di fronte a una sempre più massiccia immigrazione dai Paesi dell’Est e del Sud del mondo.

Le scelte urbanistiche di una città possono essere considerate come parte di una più ampia riconversione dei centri abitati verso un’economia “più ecologica e più equa”, includendo interventi di mobilità sostenibile, piste ciclabili, utilizzo delle energie rinnovabili, uso dei terreni e del suolo in modo sostenibile (dagli usi civici, ai parchi, al verde urbano). Alcuni auspicano includono in tale processo anche la sostituzione di spazi dedicati al consumo (centri commerciali) in altri dedicati alla socialità e un riorientamento verso le produzioni locali (agricoltura a km zero) come principale traiettoria per ridurre la nostra impronta ecologica.[5]


* Un interessante approfondimento su questi temi è l’articolo di Claudio Marciano, ricercatore della Sapienza e assessore del comune di Formia, pubblicato sull’International Journal of Interdisciplinary Environmental Studies (“Unpacking the Smart City”), in cui si sottolinea lo stretto legame tra innovazione digitale e utilizzo delle tecnologie informatiche e della comunicazione nel perseguire obiettivi di sostenibiltà ambientale (quali ad es. la buona gestione dei rifiuti o la progettazione di edifici autosufficienti a livello energetico) e di maggiore accessibilità e trasparenza della macchina burocratica stessa.

[1] Vedi UN-HABITAT, UNEP (2001) “Sustainable Cities Programme 1990-2000. A decade of United Nations Support for Broad-based participatory management of Urban Development”.

[2] Cfr. Breheny (1994) “Defining Sustainable Local Development”, in “Towards a Sustainable Future: Promoting Sustainable Development”, Manchester.

[3] Cfr. Alberti, Solera, Tsetsi (1994) “La città sostenibile. Analisi, scenari e proposte per un’ecologia urbana in Europa”, F.Angeli.

[4] Cfr. Camagni (1995) “Lo sviluppo urbano sostenibile: le ragioni e i fondamenti di un programma di ricerca”, Working Paper 2, Politecnico di Milano.

[5] Cfr. Di Sisto e Zoratti (2010) “Ri(E)voluzione. Dal fallimento fossile alla giustizia climatica e sociale”, Altreconomia, pp. 27-28.

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4 pensieri riguardo “Pillole di sostenibilità urbana

  1. Ciao!! Vorrei vedere il tuo lavoro ma non trovo traccia dell’ebook su internet, potresti mandarmelo? o almeno una anteprima delle prime 10-15 pagine? grazie mille 🙂

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