8 MARZO: la pensione non è rosa

In occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, non è stato fatto nessun passo avanti per le aspiranti pensionate e quelle già in pensione

Nel 2013 la spesa complessiva per prestazioni pensionistiche, pari a 272.746 milioni di euro pari al  16,85%  del Pil.
L’importo medio annuo delle pensioni è pari a 11.695 euro, pari a 900 euro lordi mensili che comprende il  41,3% dei pensionati che percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese fino  all’1,3%  che ne percepisce oltre 5.000 euro. Il 33,7% delle pensioni è di importo mensile inferiore a 500 euro mensili.
 Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono assegni di importo medio pari a 13.921 euro (contro i 19.686 degli uomini); oltre la metà delle donne (50,5%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (31,0%) degli uomini.
Redditi fino a 500 euro sono erogati all’11,9% dei pensionati, contro il 14,6% delle pensionate, mentre il 9,0% degli uomini riceve un ammontare superiore ai 3.000 euro mensili, contro il 2,6% delle donne.

Fino alla riforma Dini le donne andavano in pensione con 15 anni di contributi e 55 di età. Le dipendenti del pubblico impiego, se statali vi andavano con 15 anni a prescindere dall’età, mentre le dipendenti degli enti locali, con 20 anni di contributi, sempre a prescindere dall’età, a condizione che fossero coniugate o con prole a carico.

Chi non ha sentito almeno una volta qualche anatema contro le baby pensionate? E che molti fino a poco tempo fa volevano farsi restituire il “maltolto”.  Eppure questo apparente lassismo, innanzitutto era sostenibilissimo dal punto di vista economico nel periodo in questione e poi rispondeva ad una politica di sostegno familiare meno verbosa, ma con fatti concreti e oltretutto, il veloce ricambio ( non c’erano blocchi di turn over) contribuiva ad un maggior inserimento delle donne sul mercato del lavoro.
Cambiato il contesto economico è cambiato anche quello  sociale  che ha apportato cambiamenti culturali e giuridici. E quello che prima era una politica positiva per le donne oggi appare un ingiustificabile spreco.
Ma la prospettiva di andare in pensione a 70 anni, ancorché giuridicamente possibile, non è ancora un elemento culturale e antropologico acquisito.

E’ vero che le cinquantacinquenni di 30 anni fa non sono le  cinquantacinquenni attuali. Oggi sono dinamiche, scattanti e perfettamente in forma sotto tutti i punti di vista e quindi è probabile che fra 30 anni le settantenni saranno ancora giovani e pimpanti. Ma oggi come oggi 70 anni pesano e come e per andare in pensione prima sono costrette ad invocare la cosiddetta “opzione donna” anche se questa comporta una diminuzione dell’assegno pensionistico del 20/30%.
Le donne del settore pubblico e privato hanno la possibilità di andare in pensione a 57 anni e 3 mesi (58 e 3 mesi se autonome) con 35 anni di contributi a condizione di avere la pensione calcolata con il metodo contributivo.
L’opzione per il sistema di calcolo contributivo è esercitabile nei confronti delle lavoratrici la cui finestra mobile si apra entro il 31 Dicembre 2015, mentre quelle la cui finestra si apre dal 1° Gennaio 2016 non possono  accedervi.
Per cautelarsi contro una formale diffida, l’Inps  con il messaggio 9231 del 28 Novembre 2014, ha consentito che le lavoratrici possono presentare la domanda di opzione anche successivamente al mese in cui maturano i requisiti anagrafici e contributivi (57 anni e 35 di contributi nel corso del 2015). Se poi questa sarà accolta è un altro paio di maniche. Ci vuole l’ok del governo che finora non si è pronunciato.
In occasione dell’8 marzo oltre alle solite parole rituali di celebrazione, incentrate sulla magnificenze del Jobs act,  si pensava all’annuncio di qualcosa di concreto sul versante pensionistico per le donne, specie sull’opzione per la pensione. Invece nonostante l’avvento di Boeri che nella circostanza ha preferito non parlare, mentre è sorto un  non meglio definito “Comitato Opzione Donna” pronto a dare battaglia all’INPS con l’avvio di una class action e che per attivarla, chiede alle interessate un contributo, mica tanto poco, di 300 euro. Poi dice che si intasano i tribunali. E’ chiaro che la gente comunque vuole una risposta e se l’Inps tace (non per colpa sua stavolta), parleranno i giudici.

Fonte: laprevidenzacomplementare.it

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