Alla ricerca di Dio, dalle carceri italiane alle grotte dell’India

Alla ricerca di Dio, dalle carceri italiane alle grotte dell’India

Recensione di “A piedi nudi sulla Terra” di Folco Terzani

In copertina, Baba Cesare, protagonista del libro
In copertina, Baba Cesare, protagonista del libro

Un bestseller della Mondadori che tratta dell’ascetismo, ma anche della droga, e racconta gli albori dell’epoca hippie, oltre che la magia e la follia nella vita di un sadhu indiano.

“A piedi nudi sulla terra” è il frutto sulla continua ricerca spirituale di Folco, figlio di Tiziano Terzani e personaggio che non tradisce la memoria del padre, né ricalca pedissequamente il suo mito, esplorando nuovi territori ed argomenti, accomunato piuttosto dalla cocciuta aspirazione ad un senso più alto delle cose, e della vita in società.

Nel suo cercare, dopo il successo nello studio e le esperienze ad Hollywood, Folco aveva infine preso confidenza con l’India, e in qualche strano modo, passando prima per Madre Teresa – come racconta nella prima parte del libro – era arrivato a conoscere questo santone italiano che tutti chiamavano “Baba Cesare”.

Il libro in realtà è una “sbobinatura” del racconto di questo vecchio hippie trapiantato nelle sperdute grotte delle foreste indiane, dopo decenni di problemi con la droga e la legge, e un passato da commerciante e pittore, anch’egli di successo, nella borghesissima Torino.

La bellezza del racconto sta anche nel suo anti-conformismo.. perché è difficile trovare un testo della Mondadori di questo tipo, appatrentemente privo di alcun editing professionale.

L’autobiografia è scioccante per molti versi, e ispira simpatia.

Allo stesso tempo, il libro è  anche un profondo richiamo alla riflessione sul nostro sistema economico e politico, così come sulle differenze tra la religione in Oriente e Occidente.

Fatto curioso, e io non credo che le cose succedano per caso, è che mentre leggevo mi sentivo molto, molto vicino al protagonista.

Eppure io non sono (più) un disadattato, alternativo, e tantomeno un asceta.

Ma in comune con Baba Cesare penso di avere qualcosa.

Penso ad esempio che le persone come noi tendono a prendere il percorso scelto, dopo vari tentativi ed esperienze, talmente sul serio da arrivare a un punto di non ritorno, un punto in cui non si pensa più a se stessi, ma si ha bisogno di essere il simbolo di qualcosa di più grande.

E per persone così, le convenzioni sociali cadono del tutto in secondo piano.

In più, è simpatico che due miei amici di Genova, lei inglese di origine indiana, e lui italo-svedese ma cresciuto in sull’Himalaya – proprio dove vivevano Tiziano e Folco- siano tornati da un viaggio nella zona di Almora (nord dell’India) proprio il periodo in cui finivo di leggere questo libro.

Lui, Pashupatti (anche detto Pashu) da ragazzino ha conosciuto anche Baba Cesare, e dice che si andava spesso da lui ad Hampi perché faceva dei biscotti buonissimi. Che storie e che coincidenze!

Tante domande

Come tutte le belle conversazioni, e i bei libri, quello di Folco solleva tante domande, come ad esempio:

“Si può vivere senza soldi?”

“E’ giusto campare da parassiti?”

“Dobbiamo fare scelte radicali per recuperare la connessione con Dio o con la Natura?”

“Cosa hanno in comune la vicina Assisi e la lontana Hampi?”

“Le relazioni di coppia su cosa devono davvero fondarsi?”

“Ha senso essere monogami?” 

E questi sono solo alcuni dei quesiti a cui come al solito rispondo con un “forse”, perché la vita – a circa trent’anni – mi ha insegnato a non esprimere giudizi secchi su nulla, ma ad avere come punto di riferimento unico la ricerca della saggezza e dell’armonia.

Un reportage della TV indiana sul turismo “hippie” nella zona di Hampi e sulla presenza, ufficialmente riconosciuta, di Baba Cesare


Un’intervista del 2012 in cui Folco collega questo libro a dei temi di attualità nel mondo occidentale

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