Undici anni fa pubblicai su YouTube un video intitolato Alfio Bardolla – MILIONARI IN 2 ANNI E 7 MESI.
Oggi, con circa 15.000 visualizzazioni, è ancora il video più visto del mio vecchio canale.
L’ho riguardato recentemente e mi ha fatto uno strano effetto.
Non tanto per quello che dicevo del libro di Alfio Bardolla e Lorenzo Ait. Ma per la persona che ero allora.
Quando avviai Copy Persuasivo® nel 2015, avevo meno di 1.000 euro da parte. Ero un freelance agli inizi, con parecchie esperienze alle spalle ma nessun patrimonio significativo.
Oggi, mentre scrivo queste righe nell’ottobre 2026, stimo il mio patrimonio netto complessivo intorno ai 550.000 euro.
Non sono diventato milionario in due anni e sette mesi, come prometteva il titolo del libro. Ho impiegato più di dieci anni per costruire una certa indipendenza economica, attraverso imprese, investimenti e parecchi errori.
Ma c’è una parte della storia che non avrei mai immaginato.
Nel 2025, quando mi sono reso conto di aver raggiunto la libertà finanziaria, sono andato in crisi.
E non per problemi economici.
Il libro di Alfio Bardolla che mi fece cambiare idea sul denaro
Avevo letto Milionari in 2 anni e 7 mesi attorno al 2011.
All’epoca avevo una visione piuttosto distorta della ricchezza.
Tendevo ad associare il denaro al privilegio, alla fortuna o a comportamenti poco corretti. Ero pieno di idee e ambizioni, ma non capivo ancora come trasformarle in un’attività economicamente sostenibile.
Bardolla non è stato l’unico a farmi cambiare prospettiva. Negli stessi anni mi avvicinai anche a Robert Kiyosaki, Tim Ferriss e MJ DeMarco.
Cominciai a studiare finanza personale, imprenditoria, marketing e vendita.
Argomenti che durante gli studi universitari avevo quasi completamente ignorato.
Nella recensione che pubblicai il 30 dicembre 2015 su questo blog ricordavo così la lettura di quel libro:
«Era il 2011. E avevo la testa piena di idee di merda.»
Lo penso ancora.
Quelle letture mi aiutarono a comprendere una cosa piuttosto semplice: se volevo migliorare la mia situazione economica, dovevo prima imparare a creare valore per qualcuno disposto a pagarlo.
Non bastavano le idee. Dovevo sviluppare competenze commerciali, capire i numeri e imparare a gestire il denaro.
Il video originale del 2015 è ancora online.
Rivederlo oggi è un piccolo esperimento di archeologia personale.
Cosa penso oggi dei libri che promettono di diventare ricchi
Non rinnego quella recensione.
Credo ancora che le nostre convinzioni influenzino profondamente le decisioni economiche.
Se consideri il denaro qualcosa di sporco, sarà difficile costruire un’attività commerciale senza sentirti continuamente in conflitto con te stesso.
Se non impari a vendere, negoziare e comprendere i numeri, parti svantaggiato.
E se consumi sistematicamente tutto quello che guadagni, difficilmente riuscirai ad accumulare capitale.
Ma oggi sono molto più prudente davanti alle promesse di arricchimento rapido.
Cambiare mentalità è utile. Non è una garanzia di diventare ricchi.
Puoi avere ottime abitudini e fallire comunque. Puoi studiare gli investimenti per anni e perdere denaro. Puoi costruire un’azienda redditizia e trovarti improvvisamente fuori mercato.
La fortuna conta. Conta il settore in cui operi, il momento storico, il capitale di partenza e la possibilità di resistere abbastanza a lungo agli errori.
Diffido delle storie in cui un imprenditore di successo ricostruisce il proprio percorso come se ogni decisione fosse stata parte di un piano infallibile.
La realtà è molto più disordinata.
Almeno la mia lo è stata.
Da meno di 1.000 euro di risparmi a circa 550.000 euro di patrimonio netto
Nell’agosto 2015 avviai Copy Persuasivo®.
Non disponevo di grandi capitali. Avevo un computer, alcune competenze di scrittura e marketing, e il desiderio di costruire qualcosa di mio.
Cominciai a offrire servizi di copywriting alle aziende.
Poi arrivarono i primi clienti importanti, i collaboratori, i corsi, i libri, i sistemi commerciali e i contratti continuativi.
Imparai a vendere, negoziare, delegare, gestire persone e organizzare il lavoro.
Soprattutto, imparai a non consumare tutto quello che guadagnavo.
Negli anni successivi ho reinvestito una parte consistente dei profitti, cercando di costruire attività e proprietà capaci di generare reddito anche senza la mia presenza costante.
Nel 2023 entrai nell’immobiliare a reddito, acquistando appartamenti a Ravenna da trasformare in alloggi per studenti e giovani lavoratori.
Non volevo guadagnare comprando e rivendendo case.
Cercavo un’attività relativamente prevedibile, sostenuta da un bisogno concreto: avere una stanza in cui vivere.
È nato così il progetto Stanz@Ravenna.
Nel 2026 sono arrivato a possedere tre immobili destinati al co-living.
Parallelamente ho continuato a sviluppare l’attività di marketing e il patrimonio di proprietà intellettuale costruito negli anni: libri, corsi, marchi e altri asset commerciali.
Oggi il mio patrimonio netto stimato si attesta intorno ai 550.000 euro.
Attenzione: patrimonio non significa denaro sul conto corrente
I miei tre appartamenti hanno un valore immobiliare lordo complessivo stimato intorno ai 900.000 euro.
Ma sono in parte finanziati con mutui.
Il capitale immobiliare netto è quindi molto inferiore al valore di mercato degli immobili.
A questo si aggiungono liquidità, investimenti finanziari, oro e altre attività, con gradi di rischio e liquidabilità molto diversi.
La stima complessiva del patrimonio netto è un’altra cosa ancora.
Non considero automaticamente spendibile il valore teorico di un’azienda, di un marchio o di un immobile.
E non includo nel patrimonio disponibile eventuali eredità future.
C’è anche un’altra precisazione: i meno di 1.000 euro che avevo nel 2015 erano i miei risparmi disponibili.
Il cambiamento economico è evidente.
Ho raccontato più in dettaglio investimenti, debiti, rendimento e liquidità nell’episodio Dove ho messo i miei soldi e quale numero mi preoccupa davvero.
Perché oggi, paradossalmente, non è il valore del patrimonio a preoccuparmi di più.
È la liquidità.
La crescita in undici anni: le tappe principali
Se guardo indietro, riesco a identificare alcuni momenti decisivi:
- 2011: leggo Milionari in 2 anni e 7 mesi e comincio a rivedere alcune convinzioni sul denaro
- 2015: avvio Copy Persuasivo® con meno di 1.000 euro di risparmi disponibili e pubblico la videorecensione su Bardolla
- 2023: acquisto il primo appartamento da trasformare in co-living a Ravenna
- Febbraio 2025: facendo i conti, mi rendo conto di aver raggiunto l’indipendenza finanziaria
- Ottobre 2026: possiedo tre immobili a Ravenna, continuo a sviluppare la mia attività imprenditoriale e stimo il patrimonio netto complessivo intorno ai 550.000 euro
Il percorso non è stato lineare.
Ho perso soldi in investimenti sbagliati, cambiato collaboratori, chiuso progetti e affrontato situazioni che non avevo previsto.
Una delle esperienze più difficili è stata quella dell’impresa nel settore della cannabis legale.
Avevamo costruito una rete commerciale con oltre 140 distributori automatici, prima che i cambiamenti normativi ci costringessero a ridimensionare e riconvertire l’attività.
Una lezione costosa sul rischio politico e regolatorio.
E anche sulla differenza tra avere un’attività apparentemente promettente e possedere un investimento davvero solido.
Non puoi controllare tutto.
Puoi però cercare di non esporti a rischi che, se si concretizzano, compromettono tutto il resto.
Febbraio 2025: raggiungo la libertà finanziaria. E vado in crisi
A febbraio 2025 mi fermai a fare i conti.
Le entrate ricorrenti e quelle non direttamente legate alle mie ore di lavoro erano ormai sufficienti a coprire ampiamente le spese della mia famiglia.
In quel periodo stimavo che superassero di circa tre volte il nostro fabbisogno.
L’immobiliare, da solo, aveva raggiunto un flusso di cassa netto che stimavo intorno ai 4.000 euro mensili.
Non significava avere milioni di euro liquidi in banca.
E nemmeno essere al riparo da tutti gli imprevisti.
Gli immobili hanno costi, mutui e manutenzioni. Le aziende possono perdere clienti. Anche la proprietà intellettuale richiede distribuzione e lavoro commerciale per continuare a produrre risultati.
Ma avevo raggiunto un obiettivo che dieci anni prima mi sarebbe sembrato straordinario.
Non avevo più bisogno di lavorare ogni giorno per mantenere la mia famiglia.
Avevo una moglie, due figli, aziende funzionanti, immobili a reddito e la possibilità di trascorrere diversi mesi all’anno in vacanza.
Ero finanziariamente libero, secondo il criterio che mi ero dato.
E qui arrivò il problema.
Se non devo più lavorare per necessità economica, perché dovrei continuare?
Per fare ancora più soldi?
Per dimostrare qualcosa?
Perché non so fare altro?
Mi resi conto che gran parte della mia identità, negli ultimi dieci anni, si era costruita attorno all’imprenditoria, alla crescita professionale e alla capacità di creare qualcosa di valore.
Togliere la necessità economica dall’equazione non aveva cancellato quella parte di me.
Aveva semplicemente reso meno ovvio cosa dovessi farne.
Ne ho parlato diffusamente nell’episodio 383 del podcast Il Baffo, «La libertà finanziaria mi ha mandato in crisi».
Per diversi mesi ho riflettuto, scritto nei miei diari e sperimentato un ritmo di vita differente.
Ho viaggiato molto con la famiglia. Ho dedicato tempo ai miei figli, alla scrittura dei romanzi e alla ricostruzione delle memorie familiari.
Eppure non avevo perso il desiderio di lavorare.
Avevo perso la risposta più semplice alla domanda sul perché farlo.
Il problema che i libri sulla ricchezza tendono a trascurare
Quasi tutti i libri di educazione finanziaria si concentrano sulla stessa domanda:
Come posso guadagnare di più, risparmiare, investire e raggiungere l’indipendenza economica?
È una domanda importante.
Soprattutto per chi vive in condizioni di precarietà, ha debiti o dipende interamente da uno stipendio.
Ma ce n’è un’altra, che diventa interessante quando hai accumulato abbastanza risorse.
Che cosa vuoi fare della tua vita quando hai davvero la possibilità di scegliere?
Non è detto che la risposta sia smettere di lavorare.
Per alcune persone potrebbe esserlo.
Per me, evidentemente, no.
Amo creare progetti. Amo scrivere, studiare, risolvere problemi, sviluppare imprese e lavorare con persone intelligenti.
Il lavoro non è soltanto un modo per procurarmi denaro.
È anche una fonte di apprendimento, autonomia e soddisfazione.
Il rischio, semmai, è il contrario: continuare a lavorare per abitudine, inseguendo obiettivi economici che non aggiungono quasi nulla alla propria vita.
È un tema che ho ritrovato leggendo Purpose & Profit di Dan Koe, a cui ho dedicato un lungo articolo su questo blog.
Una delle idee che condivido è che lo scopo non sia necessariamente qualcosa che scopri prima di cominciare.
Spesso nasce facendo, sviluppando competenze e risolvendo problemi reali.
Nel mio caso è successo proprio questo.
Ho cominciato a lavorare per migliorare la mia situazione economica. Poi il lavoro è diventato una parte importante della mia realizzazione personale.
Ora posso permettermi di scegliere quali attività meritino ancora il mio tempo.
Non significa che la scelta sia facile.
Nel 2026 sono ancora imprenditore. Ma ho cambiato le regole
Non ho venduto tutto per ritirarmi su una spiaggia.
Ho continuato a investire nell’immobiliare e a sviluppare la mia attività di marketing, oggi organizzata attraverso Persua Srl e il Reparto Marketing Persuasivo.
Sono ancora interessato a trovare nuovi clienti, sperimentare offerte, migliorare i sistemi commerciali e sviluppare servizi.
Un’impresa non cresce da sola.
Qualcuno deve occuparsi del marketing, delle vendite, dei clienti e dei risultati.
E le attività commerciali che oggi non producono ricavi immediati possono essere proprio quelle che permetteranno all’azienda di crescere domani.
Non considero quindi il lavoro una perdita di tempo soltanto perché posso permettermi di non farlo.
La differenza è che oggi posso scegliere con maggiore attenzione dove investire le mie energie.
Mi interessano soprattutto progetti con buoni margini, poca complessità organizzativa e la possibilità di funzionare senza richiedere continuamente la mia presenza.
Non voglio una grande organizzazione soltanto per poter dire di avere un grande fatturato.
Voglio aziende e investimenti che sostengano lo stile di vita che ho scelto, anziché impormi uno stile di vita diverso.
E voglio continuare a imparare.
Questo significa anche concedermi periodi di sperimentazione: nuove offerte, nuovi canali commerciali, nuovi modelli organizzativi.
Non ogni esperimento deve funzionare.
Ma deve insegnarmi qualcosa o creare un’opportunità concreta.
Oggi mi preoccupa più la liquidità che il patrimonio
C’è un altro cambiamento importante rispetto al mio modo di pensare di dieci anni fa.
Allora ero soprattutto interessato ad aumentare il patrimonio.
Oggi mi interessa molto di più il rapporto tra rendimento, rischio e liquidità.
Un immobile può avere un valore di mercato elevato e produrre un ottimo reddito.
Ma se hai bisogno di soldi domani mattina, non puoi venderne facilmente una stanza.
Un’azienda può essere redditizia e attraversare comunque un periodo in cui gli incassi arrivano dopo le scadenze.
Per questo cerco di ragionare sempre su flussi di cassa, debiti, riserve liquide e margini di sicurezza.
Nel recente articolo sul mio patrimonio ho raccontato di essermi dato una soglia di liquidità da proteggere, per evitare che un nuovo investimento immobiliare metta in difficoltà gli immobili già avviati, l’azienda o la serenità familiare.
È un modo per discutere con il me stesso più entusiasta, quello che davanti a una buona opportunità tende a vedere soprattutto il rendimento potenziale.
Anche qui c’è una lezione che non avevo compreso all’inizio.
La ricchezza dovrebbe aumentare le possibilità di scelta, non costringerti a vivere continuamente preoccupato di come finanziarla.
Lo stesso ragionamento vale per le imprese.
Crescere richiede investimenti. Rinunciare a qualsiasi rischio significa spesso rinunciare anche alle opportunità.
Ma bisogna conservare abbastanza margine da poter sbagliare senza essere costretti a prendere decisioni disperate.
Quanti soldi servono davvero per essere felici?
Negli ultimi anni mi sono fatto spesso questa domanda.
Ne ho parlato anche nell’episodio Quanto bisogna guadagnare per essere felici? La cifra che non esiste.
Non credo esista una soglia universale.
Le esigenze cambiano da persona a persona, da famiglia a famiglia e nel corso della vita.
I soldi possono migliorare la qualità dell’esistenza in molti modi.
Ti permettono di vivere in una casa migliore, affrontare gli imprevisti, curarti, viaggiare, studiare e dedicare tempo alle persone che ami.
Soprattutto, riducono la dipendenza da condizioni che non hai scelto.
Ma quando puoi già soddisfare questi bisogni, l’utilità di accumulare altro denaro diventa una questione più personale.
Io, per esempio, potrei dedicare più ore alla ricerca di nuovi clienti o alla crescita del patrimonio immobiliare.
Oppure potrei impiegare quel tempo per scrivere romanzi, viaggiare, studiare e stare con la mia famiglia.
Non penso che una delle due scelte sia necessariamente superiore.
Dipende dai risultati, dalle opportunità e dal momento della vita.
Il punto è poter scegliere consapevolmente.
E non ritrovarsi a inseguire per inerzia un obiettivo che non interessa più quanto prima.
Che cosa direi oggi al me stesso del 2015?
Gli direi di continuare.
Di imparare a vendere. Di studiare contabilità e investimenti. Di lavorare sulle competenze invece di aspettare l’idea perfetta.
Di diffidare delle promesse di arricchimento rapido, anche quando chi le fa propone idee intelligenti.
Di non confondere il fatturato con il profitto, il patrimonio lordo con quello netto e le entrate ricorrenti con il denaro garantito.
Ma gli direi soprattutto una cosa che allora non avrei compreso.
Non costruire un’impresa soltanto per diventare libero dal lavoro. Costruiscine una che ti permetta di scegliere come lavorare, quanto e con chi.
Nel 2015 avevo bisogno di cambiare la mia situazione economica.
Nel 2025 ho dovuto capire come vivere una situazione ormai molto diversa.
A fine 2026 sto ancora cercando la risposta migliore.
Non perché il percorso sia fallito.
Ma perché gli obiettivi di una persona possono cambiare insieme alla sua vita.
Oggi voglio continuare a scrivere libri, crescere i miei figli, viaggiare, studiare e dedicarmi a progetti imprenditoriali che considero interessanti.
Senza trasformare ciascuna di queste attività in una nuova gara da vincere.
Domande frequenti sulla libertà finanziaria
Come ho raggiunto l’indipendenza finanziaria?
Attraverso circa dieci anni di attività imprenditoriale nel marketing, il reinvestimento dei profitti, la costruzione di immobili a reddito e lo sviluppo di proprietà intellettuale.
Non è bastato un unico investimento né ho seguito una strategia di arricchimento rapido.
Come è cresciuto il mio patrimonio dal 2015 al 2026?
Nel 2015 avevo meno di 1.000 euro di risparmi disponibili. Nell’ottobre 2026 stimo il patrimonio netto complessivo intorno ai 550.000 euro.
La crescita è derivata principalmente dai profitti reinvestiti delle mie attività imprenditoriali, dagli investimenti immobiliari e dall’accumulo di altri asset.
Le due cifre rappresentano grandezze differenti: risparmi disponibili nel 2015 e patrimonio netto stimato nel 2026.
Che differenza c’è tra patrimonio netto e libertà finanziaria?
Il patrimonio netto è il valore stimato delle attività possedute meno i debiti.
La libertà finanziaria, nel senso in cui utilizzo il termine, è la possibilità di sostenere stabilmente le proprie spese senza dover dipendere dal lavoro quotidiano.
È possibile avere un patrimonio elevato ma poca liquidità, oppure entrate ricorrenti sufficienti a vivere senza possedere un patrimonio milionario.
Perché sono andato in crisi dopo aver raggiunto la libertà finanziaria?
Perché avevo dedicato molti anni a costruire autonomia economica e professionale.
Una volta raggiunto il traguardo, ho dovuto ripensare motivazioni, obiettivi e rapporto con il lavoro.
Il problema non era aver perso interesse per l’imprenditoria. Era capire quali attività meritassero ancora il mio impegno.
Libertà finanziaria significa smettere di lavorare?
Non necessariamente.
Per me significa poter scegliere progetti, clienti, investimenti e ritmi di lavoro con molta più autonomia.
Continuo a fare l’imprenditore perché mi piace creare qualcosa di utile, imparare e lavorare con persone che stimo.
La domanda che mi faccio oggi
Dieci anni fa cercavo nei libri di finanza una risposta alla domanda:
Come faccio a diventare ricco?
Oggi la domanda è un’altra.
Quanto è abbastanza? E che cosa vale la pena costruire, una volta raggiunto quel numero?
Non credo esista una risposta valida per tutti.
Ma credo che valga la pena cominciare a cercarla molto prima di raggiungere la libertà finanziaria.
Perché il denaro può comprare tempo, sicurezza e possibilità di scelta.
Non può decidere al posto tuo che cosa fare di quella libertà.
E tu?
Se domani le tue entrate coprissero tutte le spese della tua famiglia, continueresti a fare il lavoro che fai oggi?
Lo faresti allo stesso modo?
Mi interessa soprattutto la risposta di chi ha già raggiunto una certa indipendenza economica.
Cambia davvero il rapporto con il lavoro?
Oppure si finisce semplicemente per inseguire un obiettivo sempre più grande?
Andrea Lisi è imprenditore, consulente di marketing, scrittore e investitore immobiliare. Ha fondato Copy Persuasivo® nel 2015 e oggi sviluppa attività e investimenti con l’obiettivo di creare autonomia economica, professionale e personale. Racconta le proprie esperienze nel podcast Il Baffo e sul blog Occhi per Vedere.