La sfida della sicurezza alimentare

Dopo una panoramica sulle questioni sanitarie, passiamo ora al tema centrale del cibo – pienamente attuale e anche al centro dell’Expo 2015 di Milano – vedendo quali sono i nodi irrisolti e cosa ci aspetta in futuro

food-security-in-africaUna delle questioni irrisolte – e più complicate – dello sviluppo sostenibile è come il mondo si nutrirà. Il problema è di quelli atavici. Eppure molte persone negli scorsi decenni avevano pensato che il problema sarebbe stato definitivamente risolto grazie agli incredibili avanzamenti tecnologici nella produzione di cibo, dall’agricoltura meccanizzata ai fertilizzanti, specialmente a seguito della cosiddetta Rivoluzione verde che prese il via negli anni 60.

Al giorno d’oggi si pongono seri dubbi su quel modello. Non solo stiamo realizzando che una gran parte dell’umanità è malnutrita, ma cominciano anche a comprendere la serietà delle minacce alla sicurezza alimentare che si prospettano nel mondo dei prossimi anni.

Non si può dire che non fossimo stati avvertiti. Più di due secoli fa un monito importante venne da Thomas Robert Malthus che, nei suoi Principles of Population, postulò l’esistenza di una sfida perenne alla sicurezza alimentare di una popolazione in crescita. La tesi principale di Malthus era che ogni avanzamento temporaneo nella produzione di cibo – che fosse in grado di mettere al riparo le persone dall’insicurezza alimentare – avrebbe causato un aumento della popolazione al punto tale che l’umanità si sarebbe di nuovo ridotta alla precarietà e alla fame.

Al giorno d’oggi la questione sembra ancor più complicata, soprattutto a causa di 4 fattori:

  1. Una parte significativa della popolazione mondiale è malnutrita
  2.  La popolazione globale continua ad aumentare
  3. I cambiamenti climatici e altre variazioni ambientali minacciano la produzione futura di cibo
  4. Lo stesso sistema alimentare, così come funzionante attualmente, è uno dei principali artefici dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali.

Sono molti i dati (e i casi tragici) che testimoniano quanto già siamo dinanzi ad una crisi di insicurezza alimentare. A volte si tratta di fame, altre volte di mancanza di micronutrienti, e altre ancora di un’eccessiva assunzione di calorie tramite diete pericolose, come quelle piene di zuccheri e carboidrati. Ogni serio focus su una catena di offerta sostenibile e sicura di cibo deve guardare alla crisi nutrizionale da tutti e tre questi punti di vista, partendo da coloro che non ha hanno il necessario fabbisogno calorico, fino a quelli che soffrono di obesità e di tutti gli altri effetti malefici che da quella condizione derivano.

Dagli studi nei paesi meno sviluppati e dalla storia delle stesse nazioni ora ricche sappiamo che la fame assume molte forme, dalla malnutrizione cronica a quella acuta (che si verifica durante disastri di vario tipo), fino ancora allo stunting e al wasting. Con queste ultime due definizioni parliamo di situazioni in cui un bambino ha un’altezza molto al di sotto di quella che dovrebbe avere in base alla sua età, oppure – nel secondo caso – quando ha un peso troppo scarso rispetto all’altezza. Entrambi sono devastanti effetti della malnutrizione di massa nei paesi in via di sviluppo più vulnerabili. L’epidemia di obesità che riguarda invece tanti paesi ricchi – come gli Stati Uniti – e sempre più tante nazioni a medio reddito (come il Messico) – è il risultato di troppe calorie, di tipi sbagliati di calorie e dell’estrema inattività fisica della vita urbana.color-obesity-famine

Uno dei paradossi del cibo riguarda l’industria della carne, che cresce mentre crescono gli standard di vita nei paesi in via di sviluppo, come la Cina. Si ha così il potenziamento di un settore altamente inefficiente dal punto di vista ecologico e che genera una domanda crescente che spinge in alto i prezzi dei cereali (causando in tal modo le crisi e le carestie) oltre ad inquinare sempre di più immettendo nell’atmosfera massicce dosi di CO2.

Un altro paradosso è quello citato all’inizio, per cui i fertilizzanti che hanno permesso grandi aumenti della produttività agricola non possono più esser usati allo stesso modo come in passato, poiché il rischio a medio-lungo termine è quello di stravolgimenti ambientali pesantissimi. Eppure l’aumento della produttività, in special modo nella gran parte del pianeta che ancora si fonda sull’agricoltura monofamiliare di sussistenza, è l’unica strada per un futuro sicuro.

Alla sicurezza alimentare e ai cambiamenti climatici sono legate grandi questioni geopolitiche. Le grandi crisi delle regioni aride, come il Corno d’Africa e il Sahel, sono state a lungo ignorate. Le cause di lungo termine dell’instabilità politica e della violenza scoppiata in queste aree sono da ricercare proprio nell’insicurezza alimentare e nell’aumento della popolazione. Di solito si risponde ancora con approcci militari, per esempio nella lotta ai terroristi nel Sahel e ai pirati in Africa orientale, piuttosto che affrontare i problemi sottostanti della povertà, dei cambiamenti climatici, e degli insostenibili aumenti della popolazioni (causati dalla pianificazione famigliare). Queste dimensioni umane e ecologiche delle crisi sono spesso ignorate dalla NATO… Eppure andranno affrontate seriamente e strutturalmente.

Aggiungiamo che un cambiamento a 360 gradi nell’ottica dello sviluppo sostenibile richiede: modifica dei comportamenti e responsabilità individuale, consapevolezza da parte delle opinioni pubbliche nazionali e regionali, mobilitazione di nuovi sistemi e nuove tecnologie che riducano decisamente l’impatto sull’ambiente e aiutino le nostre economie a intraprendere un percorso di resilienza rispetto ai cambiamenti ambientali già in atto..

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