In memoria (critica) di Manlio Sgalambro

L’ultimo ricordo che ho legato a M.S. è di quando, nel 2011, entrato in una piccola libreria della bellissima Taormina, chiesi se avevano qualche suo libro e il commesso mi rispose: “Sgalambro chi? Ah, il filosofo catanese. E’ un bel pò che non si hanno sue notizie o pubblicazioni…”.

Quell’anno ha rappresentato nella mia vita l’apice dell’immersione nel nichilismo, l’anno dell’inverno con Cioran, in cui avevo approfondito varie testimonianze del distacco dal mondo, del disincanto pressoché totale, della disillusione rispetto ai grandi sogni artistici e politici, nonché rispetto alle amicizie e alla possibilità di costruire, di fare progetti nella vita. Era anche un periodo in cui mi dilettavo con le produzioni più immaginifiche del compare Battiato, allo stesso tempo portando agli estremi le mie stesse forme d’espressione del disgusto per gli orrori di cui l’umanità è capace.

Tale sbornia è passata appunto prima per i testi del filosofo rumeno-francese-apolide, e poi per Sgalambro, il suo corrispettivo italico. Penso che un’esperienza del genere sia utile a tutti, e cioè mi sento di consigliare sempre di conoscere, approfondire e accettare il lato oscuro della vita, per essere poi capaci di trovare le forze per vivere in maniera completa e originale, per “uscire di nuovo a veder le stelle”. Come diceva anche Vasco Brondi ieri in tv dalla Bignardi, è meglio immergersi nel buio, “addentrarsi con l’accendino e portarvi la luce”, invece di negare l’oscurità che è componente immancabile del nostro destino.

Non è forse un caso, infatti, che da allora mi sento d’aver percorso un bel po’ di strada, di aver innescato una crescita personale, di esser diventato persona più positiva, determinata, forte, capace di amare e vivere al massimo. Ciò si rispecchia anche nella fiducia che ho nella mia missione, nel fatto che dell’interesse per le questioni sociali – e della capacità di contribuire all’utile della società in generale – posso farne un lavoro, una specializzazione, coniugando tale anelito con i miei sogni di bambino (soprattutto il desiderio di viaggiare e vedere il mondo), e con l’attaccamento che nutro per la mia famiglia, la mia terra e il mio Paese.

In un certo senso, l’immobilismo di Sgalambro e Cioran è servito a farmi capire che non si può vivere così, che intellettuali di tale orientamento, e persone tendenzialmente depresse, non possono essere i miei riferimenti.

E’ proprio dal non voler esser come loro, è dal non accettare confini allo sviluppo della personalità, dal non accettare i miei stessi limiti di adolescente e poi post-adolescente di provincia, che è nata la persona che sono ora. Leggere “De mundo pessimo” e “Dell’indifferenza in materia di società” ha significato accettare l’imperativo del dubbio, estremizzare il bisogno di fermarsi a filosofeggiare, negare l’azione, negare la socialità, negare – anche se solo temporaneamente – la possibilità di migliorarsi – come società, e come persone in società.

Ma da lì ho compreso ancor più il non-senso e l’intrinseco parassitismo di tali visioni del mondo. Da persona che tutto sommato dosa bene disincanto, idealismo, ambizione, umiltà – nonché autoironia –  ho riscoperto migliori maestri, e finalmente ho spiccato il volo.

P.S.

Ti consiglio vivamente di leggere anche quest’altro capolavoro:

 

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