Il sistema di accoglienza italiano e le sue prospettive future

La posizione del nostro Paese nel bel mezzo del Mediterraneo e la sua vicinanza all’Africa, nonché il suo residuo status di nazione ricca dell’Occidente sono fattori che costringono più o meno tutti a non ignorare la questione dell’immigrazione. Troppo spesso, però, nel commentare i fatti di cronaca (come i numerosi sbarchi sulle nostre coste) ci si dimentica gli obblighi che in quanto Paese civile e democratico ci legano alla tutela dei diritti umani, compreso quello dell’asilo e dell’accoglienza in generale delle persone in fuga da Paesi in guerra.

983574_4195804071833_228349513_nIl nostro atteggiamento verso tali persone (preferisco usare questo termine, piuttosto che rinchiudere l’oggetto della discussione sotto la solita etichetta di problemi) è stato finora contraddittorio. Soprattutto gli anni in cui abbiamo avuto Maroni come Ministro degli Interni hanno messo l’Italia in una posizione a dir poco imbarazzante nei confronti dell’Unione Europea e della comunità internazionale.

Tuttavia, un sistema di accoglienza esiste e si sta gradualmente consolidando, dopo anni di provvedimenti emergenziali. Gli errori commessi nella gestione dei flussi e gli sviluppi politici intercorsi da entrambe le parti del Mediterraneo hanno generato da noi forme organizzative nuove, declinate in forma sussidiaria, con gli enti non profit e i Comuni a svolgere il ruolo di protagonisti. veicolando i servizi finanziati da Roma (tramite il Ministero degli Interni e le Prefetture). Lo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) è l’espressione migliore e più matura di questa evoluzione*, a cui si affianca ancora un canale emergenziale, a testimoniare come il processo di strutturazione istituzionale a livello nazionale ancora non sia concluso.

Un passo successivo da compiere, auspicabilmente durante la prossima legislatura del Parlamento UE, è la formazione di un vero e proprio sistema europeo di asilo e accoglienza, all’interno di un quadro legislativo più coerente e adatto a fronteggiare un fenomeno, come quello dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente, destinato a crescere. Nel frattempo si sarà fatto tesoro dell’esperienza di questi anni, in cui si stanno sperimentando percorsi tramite cui alla persone viene restituita l’autonomia e vengono dati gli strumenti minimi per inserirsi nelle società che le hanno ospitate o in quelle da loro scelte per il proprio percorso di vita.

L’Italia non dovrà esser lasciata sola, quindi; sarà tuttavia compito dell’Italia stessa farsi carico del ruolo storico che corrisponde alla sua statura geopolitica. Come afferma Stefania Magi, assessore all’Integrazione di Arezzo, «Occorre cambiare prospettiva, non chiamarsi fuori dai percorsi decisionali internazionali. La capacità dimostrata con lo SPRAR, la candidatura di Lampedusa al Nobel per la pace, l’avvicinarsi del semestre di guida italiana della UE, la capacità propositiva e giuridica degli stakeholder disponibili ad affiancarsi alla politica (ACNUR, IOMASGI,EuropaAsilo, GUS ecc.), ci rendono interlocutori privilegiati per la definizione di nuove regole europee.»

Dunque, nonostante la recessione abbia generato prevedibili rigurgiti razzisti e anti-europeisti – e l’Italia sia tornata stabilmente ad essere un Paese di considerevole emigrazione – essa continuerà ad essere anche luogo di destinazione o di transito, in cui l’immigrazione resterà una sfida quotidiana per tutti e ad ogni livello.

*Da gennaio 2014 i posti all’interno dei progetti SPRAR sono stati quadruplicati, da 3.000 a 13.000

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