Magagne cinesi

suntech-fallimentoAnni fa un professore di fisica di Shanghai, mio coinquilino in Israele, mi disse: “Secondo me, i commercianti e gli imprenditori cinesi che sono da voi sono gente che ha fatto i soldi in maniera sporca in Cina e in qualche modo è dovuta scappare”. Non so quanto l’affermazione del mio amico fosse vicina alla verità, fatto sta che questi “immigrati di successo” nel nostro Paese hanno sicuramente una fama controversa.

Prendiamo ad esempio l’incendio di Prato in cui sono morti sette operai che versavano in condizioni di semi-schiavitù. È notizia di questi giorni[1] che sono state disposte misure cautelari nei confronti di imprenditori cinesi e italiani, il che fa pensare ad una trama di sfruttamento e illegalità che va anche oltre il semplice trapianto in Italia di operatori economici abituati a ben altri standard. Intanto l’ennesima tragedia è stata occasione per tornare a Magagne cinesidiscutere sulla supposta spregiudicatezza che caratterizza molti protagonisti della comunità cinese in Italia, soprattutto nel distretto tessile di Prato.

All’indomani di quella tragedia, uno dei maggiori esperti di Cina e affari, Alberto Forchielli, ha chiosato veemente: “Non sono affatto stupito di quanto accaduto a Prato. Gli imprenditori cinesi, piccoli e grandi, pubblici o privati, sono criminali” aggiungendo che il problema risiede proprio nella crescente arroganza del gigante asiatico, che starebbe cercando di esportare il proprio modello di capitalismo che si fa beffe di qualità, etica e stato di diritto[2].  Sarebbe lo stesso governo della Repubblica Popolare Cinese, ambasciate incluse, a coprire e facilitare manovre illecite, come nello scandalo legato alla megatruffa Suntech in Puglia. In questo caso i manager del gigante del fotovoltaico cinese sono stati accusati dalla magistratura italiana di aver preso illecitamente soldi pubblici per finanziare parchi solari nelle campagne salentine; soldi poi spostati in paradisi fiscali, in una trama internazionale dai contorni ancora non del tutto chiari[3].

Altro filone è quello che vede la collaborazione tra mafie cinesi ed italiane in diversi ambiti, tra cui spicca il mercato dei capi d’abbigliamento falsi, per il quale ingresso in Italia le organizzazioni cinesi si affiancano e stringono rapporti di collaborazione con clan della camorra[4]. D’altra parte però, tali realtà sembrano ricoprire un ruolo minore rispetto al mainstream del successo cinese nel Belpaese e in Europa, legato piuttosto ad attività industriali e commerciali lecite, che però evadono in maniera sistematica il fisco, trasferendo con vari sotterfugi quantità impressionanti di denaro in madrepatria o utilizzando parte di questi capitali per finanziare, spesso in condizioni di usura, l’apertura di nuove attività al dettaglio di immigrati cinesi nei paesi europei. A tal proposito, un articolo di El Pais ha evidenziato l’esistenza di un’economia multimiliardaria  alimentata tramite canali illeciti, “una sorta di impero invisibile il cui vantaggio è dato proprio dall’illegalità. Una circostanza riconosciuta anche da alcune personalità in vista della comunità cinese in Spagna”[5]. Dalle indagini degli ultimi cinque anni emerge così un modus operandi in cui la frode comincia con l’importazione quotidiana e all’ingrosso di merci legalmente commerciabili su cui i negozianti cinesi cercano di pagare meno tasse e dazi possibili. A ciò si affiancano poi anche attività del tutto illegali come contrabbando di tabacco, prodotti alimentari, vestiti o farmaci contraffatti, nonché lo sfruttamento – spesso in condizioni disumane – di manodopera immigrata irregolarmente. Infine, esistono meccanismi ingegnosi per fare arrivare illegalmente i lauti guadagni in Cina, dove sono reinvestiti nel mattone o nella produzione.

Le varie inchieste che negli ultimi anni hanno fatto emergere (alcune) “magagne” cinesi invitano ad una serie di riflessioni, in primis relativamente alla difficoltà generale di contrastare un movimento di merci, capitali e persone in entrata nel nostro continente da parte di quella che è sempre più una potenza ingombrante e arrogante nel voler imporre il proprio modello. I casi citati sopra dovrebbero mettere in guardia contro le “curiose” alleanze che possono crearsi tra soggetti privi di scrupoli, nostrani e cinesi[6]. In più, emerge come – all’interno dell’attuale stadio della globalizzazione – il blueprint dello sviluppo cinese suoni molto più attraente per i paesi africani che per noi europei[7]. Ancor più, bisognerebbe riflettere sulla debolezza che caratterizza in particolare l’Italia, la quale è (e sarà) sempre più esposta alla “svendita” del suo patrimonio di aziende e asset vari.

Per avere un quadro d’insieme, bisogna tener presente che l’immigrazione cinese in Italia è ancora in aumento e si sostanzia in una presenza che attualmente ruota attorno alle trecentotrentamila persone (terza comunità cinese d’Europa, dopo quelle di Gran Bretagna e Francia[8]), a carattere sostanzialmente omogeneo, dato che la quasi totalità proviene da Wenzhou, città a sud-est della RPC, relativamente ricca e storicamente orientata al commercio.  Siamo dinanzi quindi a migranti estremamente organizzati e rinomati per la loro laboriosità che, con il crescere delle seconde generazioni, stanno gradualmente integrandosi nelle nostre comunità[9]. Non va perciò fomentata alcuna forma di xenofobia (o meglio “sinofobia”), perché tale presenza può sicuramente giovare alla nostra economia ed arricchirci anche dal punto di vista culturale. Sembra tuttavia evidente che, per le ragioni sopra esposte, ci siano ragioni per preoccuparsi e che – a tutti i livelli, dalle istituzioni locali fino a quelle europee che con la Cina discutono trattati commerciali e requisiti per gli investimenti – bisogna tenere gli occhi ben aperti.


http://www.piuculture.it/2014/02/la-via-della-seta-2-0/

Per approfondire:

Qualche tempo fa TG2 dossier ha mandato in onda un variegato ritratto della realtà cinese, degli italiani nel Regno di Mezzo, e di coloro che a Prato e altrove lavorano per l’integrazione dei cinesi nel nostro Paese:

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