Alla ricerca di un significato nella vita

Alla ricerca di un significato nella vita

Lettera a Victor Frankl, in merito al suo capolavoro “Uno psicologo nei lager

Victor Frankl, psicologo e scrittore, sopravvissuto ad Auschwitz
Victor Frankl, psicologo e scrittore, sopravvissuto ad Auschwitz
Caro Victor,
non ho “finito” il tuo libro.
Ma ne ho preso il meglio.
Questo perché lo leggo come sto leggendo ora la maggior parte dei libri.
In maniera intelligente, secondo il consiglio di Tai Lopez.
Lo tratto come tratterei te, se fossi nella mia vita in carne ed ossa.
Guardo “Man’s Search for Meaning” come ad un amico prezioso.
Ma con distacco, pronto a vedere come e con cosa può essermi utile. Perché sono sì una brava persona, ma ho bisogno in primis di lavorare su me stesso e migliorare la MIA vita.
Quindi anche gli amici hanno questo ruolo. Devono aiutarmi, che lo facciano consapevolmente oppure no.
Perciò ho apprezzato lo stile narrativo della prima parte del libro, perché parlavi in prima persona delle tue esperienze nei lager.
Questo mi ha permesso di apprezzare ogni singola riga, assaporandola, immaginando, rivivendo quello che hai vissuto.
Ma la seconda parte mi ha spinto a chiudere il kindle e dire “ciao”.
Non è ancora il momento per immergermi in essa.
Perché la logoterapia, madre della moderna analisi esistenziale, e la trattazione scientifica di quello che era appunto la vita di un detenuto nel lager, semplicemente non mi interessano abbastanza…
… adesso.

Come stare in vita (e starci bene)

Diamine, ci credo che hai venduto decine di milioni di copie di questo libro.
E’ un capolavoro!
E ora ti dico quello che mi è rimasto maggiormente impresso, ad una prima lettura:
  • Ci dovremmo render conto (o ricordarci) di quello che è in grado di fare un essere umano quando tutto a un tratto capisce di non avere nulla da perdere, se non la sua”ridicolmente nuda” vita.

  • Qual è il tema centrale dell’esistenzialismo? “Vivere è soffrire; sopravvivere è trovare un senso nella sofferenza”.

  • La citazione di Nietzche: “Chi ha un perché nella vita può sopportare qualsiasi come”

Queste frasi raschiano la gola.
Sono idee, che bruciano dentro.
Idee portentose, anche per l’uomo comune che tante difficoltà non ha.

La mia Auschwitz

Ho iniziato a riflettere Auschwitz la prima volta quando avevo 13 anni.
Forse non casualmente, quello stesso anno morì mia nonna – la madre di mia madre – e per la prima volta mi ritrovati ad affrontare la morte come un elemento indissolubile da ciò che chiamiamo vita.
La prof di italiano dell’epoca ci diede da leggere “Se questo è un uomo” di Primo Levi, sparandoci prepotentemente verso un più alto livello di consapevolezza della realtà.
Non dovevamo confrontarci solo con un libro di storia, con gli orrori del nazismo, o con un classico della letteratura italiana.
Dovevamo sbirciare nell’assurda esistenza quotidiana di una persona deportata e in qualche modo poi sopravvissuta alla deprivazione, alla depravazione e all’agghiacciante normalità dei lager.  
Ammetto che quella lettura mi ha segnato.
Da adulto, qualche anno fa l’ho ripresa, e ho riletto tutto – compreso il sequel de “La Tregua” – con occhi diversi, ovviamente.
Primo Levi e tutta la storia di Auschwitz-Birkenau mi ossessionarono al punto da portarmi a visitare quel luogo, lo stesso anno in cui avevo vissuto per più di 4 mesi in mezzo ad ebrei, e poi addirittura a mettere in musica le mie riflessioni e sensazioni.
“Auschwitz” un mini concept-album di poesia e rumore, che ho registrato in casa nel 2011

Come si trova un senso alla vita, nella più disperata delle situazioni possibili?

Sai Victor, penso sia un fatto curioso quanto indicativo di come vedo le cose:

Da tanti anni ho tatuato sul braccio “Παθει μαθος “.

In quella frase si riassume il mio modo di vedere la vita, nonostante il senso comune consigli di “non pensarci” a queste cose.

Giovane e rockettaro, ad Aqaba (Giordania)
Il tatuaggio sul braccio di me giovane e capellone, ad Aqaba (Giordania)

Ho capito fin da allora – e grazie al tuo libro ancor più ora – che è nella sofferenza che si trova la consapevolezza. E’ dal dolore che nasce la saggezza.

E visto che mettere in musica è sempre stata una fissa, anche da questo concetto è nato un album di canzoni

Ora più spesso la prendo a ridere, come mi ha insegnato Tiziano.

L’ultima libertà

Se c’è un’altra cosa che mi ossessiona da sempre è proprio la libertà.

Penso che bisogna cercarla sempre e ovunque, in ogni cosa che si fa.

 

Questo discorso vale nel lavoro, così come nella salute e nelle relazioni.

E la vera libertà è qualcosa che nasce dentro di noi, come sai bene.

Mi impressiona soprattutto un tuo concetto, a tal riguardo:

 

“L’ultima delle libertà umane è l’abilità di scegliere la propria attitudine in un dato set di circostanze”.

La saggezza stoica risuona in queste parole, e perciò la sento decisamente mia.

Non è infatti un caso che sulla strada dell’allenamento psicologico ad essere imprenditore di me stesso ho incontrato spesso sia citazioni di Seneca, Marco Aurelio ed Epitteto, che frasi tue.

Sempre più persone oggigiorno hanno cose significative, ma alcun senso nella vita
Gioco di parole che in italiano non rende altrettanto bene: “Sempre più persone oggigiorno hanno i mezzi per vivere, ma nessun senso per cui vivere”

E la “prova del nove” che quest’approccio è il più saggio che una persona possa assumere la trovo nelle piccole-grandi difficoltà quotidiane che bisogna affrontare quando ci si vuole realizzare materialmente in questo mondo così pieno di abbondanza e opportunità che è l’Occidente 70 anni dopo la tua liberazione dai lager.

Ogni sfida, delusione, critica, attacco, insuccesso – per quanto insignificante se visto dall’alto – sembra esser messo lì apposta per rovinarci l’umore, indebolirci e renderci inetti al lavoro produttivo, tanto quanto ad uno stato di benessere fisico, psicologico e relazionale.

Ma se ognuna di queste cose negative la vediamo come un’occasione per tirar fuori il meglio di noi stessi – per quanto provocatorio possa sembrare – diventiamo qualcosa di più.

Diventiamo più umani, e brilliamo di una vitalità altrimenti diluita nella routine.

Quindi leggo il tuo racconto, e come milioni di altre persone che sono state toccate dal tuo esempio di forza e perseveranza, mi sento obbligato a scavare dentro e trovare quel senso nella vita, quel significato più profondo, che sembra sfuggire a così tante persone.

E spesso anche a me. 

Quella cosa che nessuno potrà mai toglierti

Quindi il messaggio centrale che lasci è:

“Anche se ti tolgono tutto – la famiglia, la salute, la casa, gli averi, i vestiti, l’identità, e ogni altro diritto – hai pur sempre una libertà, un potere, che puoi esercitare:

Puoi decidere cosa ne sarà di te – mentalmente e spiritualmente.” 

Volevi riabbracciare la tua amata Tilly, che aveva deciso di seguirti in quello che credeva un campo di lavoro, chiedendo esplicitamente di essere deportata con te.

Per anni hai vissuto pensando a tua moglie, conversando con lei ogni giorno, aspettando fedele il giorno in cui vi sareste rincontrati.

Quel giorno non è mai arrivato.

L’altro desiderio che avevi, e che ha dato un senso alla tua vita, era quello di pubblicare il manoscritto perduto ad Auschwitz Arztliche Seelsorge.

Per quanto riguarda la tua famiglia, hai visto morire tuo padre Gabriel tra le sue braccia, e non hai ricevuto notizie di tua madre Else e di tua moglie fino alla metà del 1945, dato che vi avevano separato durante la deportazione.

Dopo lunghe ricerche hai appreso della scomparsa di entrambe (e anche di tuo fratello Walter, morto nel lager).

Ne sei restato colpito, al punto di dire:

« Guai a chi non si ritrova l’unico suo sostegno del tempo trascorso nel lager – la creatura amata. Guai a chi vive nella realtà l’attimo del quale ha sognato nei mille sogni della nostalgia, ma diverso, profondamente diverso da come se l’era dipinto.

Sale sul tram, va verso la casa che per anni ha visto davanti a sé nei pensieri e solo nei pensieri, suona il campanello – proprio come lo ha desiderato ardentemente in mille sogni… ma non gli apre la persona che avrebbe dovuto aprirgli – e non gli aprirà mai più la porta. »

(Uno psicologo nei lager)

Ma dici anche che la sofferenza cessa di essere sofferenza quando riusciamo a formarcene un quadro chiaro e preciso.

Dici che dobbiamo smettere di cercare un senso nella vita, e piuttosto pensare a noi stessi come quelli a cui la vita chiede di dar conto – ogni giorno, ogni ora.

La domanda non è come la pensiamo e su cosa meditiamo.

 

La domanda è “Come stiamo agendo?  Ci stiamo comportando nel giusto modo?”

In definitiva la VITA significa prendersi la responsabilità di trovare la giusta risposta ai suoi problemi e assolvere i compiti che costantemente pone a ogni individuo.

Questi compiti sono molto concreti, diversi da uomo a uomo, e differenti da un momento all’altro, quindi non esiste un significato “generale” che si può dare alla vita.

Ognuno di questi compiti forma il destino di un individuo, ed è lui che deve dargli forma.

A volte tramite l’azione.

Altre volte, tramite l’accettazione e la contemplazione. Portando la sua croce.

E per alcuni questo può voler dire “fare il proprio lavoro”, soffrire quello che c’è da soffrire, mantenendo al minimo i momenti di debolezza.

Altre cose che nessuno potrà mai toglierti:

  • quello che hai vissuto e che sei stato
  • i tuoi ideali e i tuoi valori

Nella tensione che comporta il perseguimento dei propri ideali e obiettivi, si trova il vero significato – piuttosto che nella “pace dei sensi” che tanti considerano per errore come lo stato umano ideale.

Se abbiamo qualcosa da fare – una persona importante da non deludere, un grande progetto da realizzare – la nostra vita sarà dinamica e veramente in equilibrio.

 

>>> Se vuoi approfondire questi argomenti, leggi “Uno psicologo nei Lager

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