Il paradosso del cibo: scarsità vs spreco

 

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Le vacanze di Natale sono una buona occasione per fermarsi, riflettere e ragionare sulla realtà del cibo, come si mostra sulla nostra tavola e in giro per il mondo. Qui in Italia, la maggior parte delle famiglie è abituata a celebrare prepararando immense quantità di piatti, di cui una gran parte andrà inevitabilmente buttata. Allo stesso tempo, i centri della Caritas diventano sempre più affollati – non solo da parte di immigrati, ma sempre più dai nuovi poveri italiani, che negli ultimi quattro anni sono raddoppiati, ammontando oramai all’8 per cento della popolazione, mentre la povertà relativa colpisce il 15,8 degli italiani e mette il 30 per cento di loro a rischio di esclusione sociale.

Gli italiani ingeriscono apparentemente meno proteine, mentre sempre più famiglie devono fronteggiare una situazione di relativa privazione. Ma il lato oscuro della medaglia è costituito dallo spreco di cibo, in un paese che, nonostante il declino industriale e finanziario, rimane uno dei più ricchi al mondo. Ci sono organizzazioni, come Banco Alimentare, che recuperano dai supermercati il cibo in scadenza e lo redistribuiscono, ma è chiaro che il problema dovrebbe essere affrontato su scala molto più grande. Di recente, il Papa ha usato la sua leva spirituale per stimolare le masse a non buttare via il cibo che potrebbe servire a sfamare molti di coloro che versano in uno stato di bisogno. Affinché ciò si faccia, Bergoglio ha esortato la gente a collaborare con le organizzazioni umanitarie e ad espandere questo concetto di base alla realtà di tutto il mondo, come “terapia contro l’indifferenza”.

L’ultima edizione dell’Atlante dello sviluppo globale, pubblicata dalla Banca mondiale, ci offre una panoramica più ampia di questo pesante contrasto, laddove afferma che, negli ultimi decenni, l’offerta alimentare mondiale si è espansa più velocemente della popolazione, ma l’aumento dei consumi da parte delle economie a medio e alto reddito e la domanda industriale di prodotti agricoli hanno portato comunque ad un aumento dei prezzi e a carenze a livello locale. Un miliardo di persone al mondo non ha una nutrizione sufficiente a soddisfare le esigenze quotidiane – una situazione che i cambiamenti climatici potrebbero peggiorare.

Negli ultimi anni, il mondo ha riscontrato difficoltà nel produrre abbastanza cibo per sfamare tutti a prezzi accessibili. L’insufficiente apporto calorico e le diete che non forniscono le sostanze nutrienti vitali finiscono per costituire un pervasiva tassa sulla crescita dei bambini, compromettendone lo sviluppo cognitivo e pregiudicandone la futura salute e produttività.

La domanda di prodotti agricoli continuerà a crescere a causa della crescita della popolazione, dell’aumento dei redditi, dei cambiamenti nelle preferenze alimentari e della domanda industriale di materie prime come mais e semi oleosi. Entro il 2050, ci saranno 9 miliardi di persone che vivranno sulla Terra, circa 2 miliardi in più rispetto ad oggi. La maggior parte sarà concentrata nelle città, ma tutto dipenderà dalla capacità delle aree agricole di tutto il mondo nel dar loro da mangiare.

A livello macro, per soddisfare la crescente domanda di cibo c’è bisogno di produrre più cibo e trasportarlo, spesso attraverso le frontiere, dalle zone di surplus a quelle deficitarie. Il miglioramento della qualità della vita di chi lo produce richiede una produttività in continuo aumento e un utilizzo sostenibile dei terreni. Negli ultimi decenni, circa due terzi della crescita della produzione agricola mondiale si sono realizzati grazie ad una maggiore produttività agricola e solo un terzo grazie all’espansione dei terreni agricoli. La produzione agricola è cresciuta più rapidamente della popolazione, ma lo stesso ha fatto la domanda di prodotti agricoli. Negli ultimi 50 anni, la produzione nelle regioni in via di sviluppo dell’Asia e del Sud America è cresciuta ancora più rapidamente, circa il 2 per cento l’anno. Ma in Africa sub-sahariana, dove si registrano alcuni dei più alti tassi di denutrizione, la produzione alimentare ha appena tenuto il passo con l’aumento della popolazione, e rimane costoso importare cibo da America Latina, Europa Orientale ed altre regioni dove vi sono eccedenze.

Produrre più cibo a prezzi accessibili comporta un uso più efficiente degli input agricoli. Intensificare la coltivazione attraverso l’uso di fertilizzanti, pesticidi, nuove tecniche d’irrigazione e nuove varietà vegetali può aumentare la produttività laddove la disponibilità di terra è limitata. Tali pratiche, tuttavia, possono anche causare ulteriore degrado ambientale. Inoltre, i fattori di produzione agricoli sono sempre più costosi man mano che aumenta il prezzo del greggio. Gli effetti dei cambiamenti climatici, in forma di siccità e inondazioni più frequenti così come di modelli metereologici più irregolari, rappresentano poi un’altra sfida per il tentativo di aumentare la produttività agricola.

Molti contadini poveri vivono su terreni fragili, non sempre adatti all’agricoltura intensiva. Tra l’altro, anche su terreni idonei per le pratiche agricole intensive, i contadini spesso mancano di fertilizzanti, attrezzature agricole, sistemi di irrigazione, e di varietà vegetali ad alto rendimento, oltre ad essere scarsamente collegati ai mercati per i loro prodotti. Lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, la deforestazione, l’impropria rotazione delle colture e la cattiva gestione del suolo e dell’acqua contribuiscono al degrado dei terreni. Questo impatto sul suolo riduce la sua produttività, incoraggiando le popolazioni in crescita a migrare in cerca di nuove e più povere terre, convertndo così foreste e zone fragili, semiaride e a bassa produttività in aree coltivate.
La chiave per migliorare le condizioni di vita rurali e ampliare l’offerta alimentare globale risiede in metodi di produzione sostenibili, basati su pratiche rispettose dell’ambiente, insieme con lo sviluppo di mercati più efficienti per i fattori di produzione, per i prodotti e per le attività extra-agricole. Tali questioni sono state introdotte con molto vigore nella discussione in corso sull’agenda di sviluppo per il post-2015 all’interno dalle Nazioni Unite, e sono parte di precisi obiettivi  proposti in ​​materia di nutrizione.

Tornando alla disuguaglianza nella distribuzione del cibo, è interessante dare uno sguardo a come il consumo di calorie varia nel mondo, insieme con la percentuale di reddito spesa per manguare e il tasso di malnutrizione. C’è un contrasto impressionante con la crescente incidenza dell’obesità e di questo tipo di malattie nel mondo industrializzato.

È tutto? Ovviamente no. Si potrebbe sostenere che gli squilibri nella distribuzione del cibo sono solo una parte del dilemma del consumo, dato che al giorno d’oggi un occidentale consuma dieci volte più di un cittadino del resto del mondo. L’equilibrio sta già cambiando, e andrebbe considerato assieme alle differenze nella distribuzione del reddito, ma questa è un’altra storia…

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