Seconda dose di storia dello sviluppo economico

Eccovi servita la seconda lezione di Jeffrey Sachs sulla storia economica del mondo contemporaneo

La diffusione della crescita economica

Abbiamo visto come la modern economic growth esplose in Inghilterra verso la metà del diciottesimo secolo, e come tramite un susseguirsi di ondate di innovazione tecnologica questo processo si sia sostenuto per ben due secoli. Abbiamo ben presente quindi come alcuni paesi leader nella tecnologia – tra cui soprattutto gli Stati Uniti – abbiano continuato a nutrire le enormi trasformazioni della vita moderna, determinando e rincorrendo una crescita continua del prodotto interno lordo pro capite.

La dimensione economica degli USA si è moltiplicata di 26 volte dal 1820 ad oggi, passando da circa 2.000 a 52.000$ a testa. Ma questa è solo una parte della storia. Per la maggior parte del resto del pianeta questi sono stati gli anni del catching-up, con la diffusione della crescita a sempre più numerosi territori.

Allora ci chiediamo: come funziona questo processo? Che sentiero ha seguito lo sviluppo? Sin da Adam Smith, gli economisti hanno pensato, ad esempio, ad un andamento prevalente dalla costa verso l’interno di un paese, in tempi abbastanza dilazionati a causa dei più alti costi di trasporto, in particolare quelli via mare e fiumi.  Difatti, a duecento anni da quando Adam Smith scriveva queste cose, paesi come Bolivia, Chad, Niger, Kyrgizistan e Nepal ancora stanno affrontando l’enorme svantaggio degli alti costi di trasporto.

Tra i paesi poveri, quelli più vicini ai ricchi hanno naturalmente beneficiato prima dei trasferimenti di tecnologia e dello sviluppo che aveva luogo in prossimità dei loro confini. Così è stato per il Nord Europa nel diciottesimo secolo, specialmente per chi poteva accedere ai progressi e sfruttare il mercato in espansione dell’Inghilterra. Di recente, la stessa cosa è avvenuta in Asia, prima con Giappone e Corea del Sud, e ora con la Cina.

Altro fattore importante è la disponibilità di condizioni agricole favorevoli, con terre facili da irrigare o in grado di sostenere diversi raccolti all’anno. Ancor più decisiva, poi, è la presenza o meno di fonti energetiche proprie (dal carbone, petrolio, gas e idroelettrico al solare e l’eolico). Nel ventesimo secolo hanno predominato le regioni dotate di petrolio e gas, mentre nel ventunesimo forse toccherà alle regioni desertiche con grande potenzialità di energia solare a basso costo!

Un clima temperato e un ambiente fisico che contribuisca alla buona salute è altrettanto importante. Basti ricordare che il peso delle malattie infettive è stato finora forse il fardello maggiore che l’Africa sub-sahariana – la regione più povera al mondo – ha dovuto sopportare, e che ha ostacolato la crescita economica.

Da ultimo, non dimentichiamo la politica. Governi disfunzionali, sottomissione coloniale, dittature, caos e violenza rendono lo sviluppo semplicemente impossibile. Dall’ottocento agli anni settanta del novecento tante nazioni non hanno raggiunto buoni livelli di vita a causa dell’oppressione coloniale degli imperi europei, che sfruttavano gran parte dell’Asia e dell’Africa perpetuandone la stagnazione. Nella seconda metà del ventesimo secolo, i problemi politici sono spesso nati invece all’interno di queste aree, con despoti e dittatori che hanno gestito l’economia per il loro ristretto interesse personale o tribale.

Percorsi storici di rimonta economica

Una domanda significativa che ci poniamo è: “Quand’è che le varie economie al mondo hanno iniziato a uscire dalla povertà?” Cioè, ci chiediamo quando i rivoli della crescita generata nei paesi più tecnologicamente avanzati hanno iniziato a fluire verso le altre economie. Gli economisti usano la cifra di 2.000$ pro capite come soglia di superamento della povertà estrema. Ebbene, il primo paese a giungervi fu l’Inghilterra, come detto sopra, attorno al 1820; dopodiché, toccò ai Paesi Bassi, al Belgio e alla Francia. Poi la Spagna e la Scandinavia. Data la dimensione abbastanza compatta del continente europeo, questo processo per la fine del diciannovesimo secolo aveva coinvolto tutti i paesi. Ovviamente la storia è ben diversa per il resto del mondo. Il giogo coloniale dell’Europa su tanti di quei paesi causò un ritardo di circa un secolo, facendo arretrare le prospettive di nazioni altrimenti molto floride e a grande potenziale. I primi a “rimontare” furono proprio Stati Uniti e Australia, ex colonie inglesi. Entro il 1900 toccò anche ad Argentina, Uruguay, Cile e Giappone. Tutte zone a clima temperato e con condizioni favorevoli all’agricoltura. La maggior parte degli altri paesi dovette aspettare il 1950.

Lo sviluppo economico a partire dalla Seconda Guerra  mondiale: verso la globalizzazione

All’inizio del ventesimo secolo il mondo poteva essere descritto in questa maniera: in generale è stata un’epoca miracolosa, senza precedenti nella storia dell’umanità. Varie ondate di innovazione tecnologica hanno portato a cambiamenti mai visti prima nell’abilità umana di produrre beni materiali e servizi, allungando l’aspettativa di vita, risolvendo perenni problemi di salute pubblica, e determinando enormi balzi in avanti nella qualità di vita in innumerevoli modi, grazie all’elettrificazione, ai trasporti moderni, e alla produzione industriale di massa. Nonostante tutto ciò, nel 1900 il mondo era ancora caratterizzato da enormi differenze tra ricchi e poveri. La crescita economica aveva raggiunto l’Europa e poche altre zone a clima temperato (Stati Uniti, Canada, il cono sud dell’America meridionale, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) ma non ancora il resto del pianeta.

Alla fine della Prima guerra mondiale, il grande economista John Maynard Keynes guardando indietro poteva dire:

“Che straordinario episodio nel progresso economico dell’uomo è stata quell’epoca giunta alla sua fine nell’agosto 1914 con la Prima guerra mondiale. L’abitante di Londra poteva ordinare per telefono, sorseggiando nel letto il suo tè mattutino, i vari prodotti dell’intero pianeta in quantità e aspettandosi ragionevolmente la consegna in breve tempo sull’uscio di casa. Allo stesso tempo e modo egli poteva avventurarsi con le sue ricchezze investendo in risorse naturali e nuove imprese in ogni angolo del mondo e condividere senza problema i suoi frutti e vantaggi (..) Soprattutto, egli considerava questo stato di cose normale, certo e permanente, se non nella direzione di ulteriori miglioramenti; considerando ogni deviazione da esso qualcosa di aberrante, scandaloso e da evitare.”

Certamente Keynes parlava da brillante e privilegiato englishman. Coloro che subivano il dominio coloniale non erano certo nelle stesse condizioni. Aldilà di questo, Keynes esprimeva il carattere unico di un’era in cui la crescita economica aveva già preso il sopravvento e creato un unico mercato globale (come Marx aveva predetto già nel 1848). Questo mercato finì per soccombere tragicamente ed inaspettatamente al caos della guerra scoppiata nel 1914, con il strascico di milioni di morti, vittime della violenza e delle malattie infettive, oltre alle rivoluzioni come quella bolscevica del 1917 che diede inizio al comunismo sovietico. Le conseguenze del disastro bellico provocarono anche molta dell’instabilità finanziaria all’origine della Grande depressione esplosa nel 1929, e ovviamente da qui si generò un’altra ondata di follie politiche trasformatasi nell’ascesa dei fascismi e la Seconda guerra mondiale nel 1939.

Nel 1945, molte nuove tecnologie di punta (radar, semiconduttori, computer, scienze dello spazio, aviazione, energia nucleare ecc.) avevano già percorso tanta strada, nonostante alcuni dei leader tecnologici del pre-guerra fossero in rovina (Giappone, Germania). Ma gli Stati Uniti, principali innovatori, erano invece in gran bella salute e, a parte l’attacco giapponese a Pearl Harbor, avevano attraversato la guerra indenni.

A questo punto l’economia mondiale era grosso modo divisa in tre parti. Una chiamata “Primo mondo”, che includeva USA, Europa occidentale e Giappone, a prevalente orientamento di mercato e sotto il sistema di sicurezza americano. Un “Secondo mondo” che riuniva i paesi comunisti guidati dall’Unione Sovietica, e dopo il 1949 anche la Cina. E poi una terza area, definita genericamente “Terzo mondo” per comprendere i paesi di recente decolonizzazione, di cui molti indipendenti dai blocchi occidentale e sovietico prima menzionati. Attorno al 1960 si iniziò a parlare anche di “Quarto mondo” per indicare i più poveri tra i poveri. Tutta questa terminologia, usata per vari decenni, smise di servire da riferimento con la fine della guerra fredda nel 1991, quando i paesi ex comunisti iniziarono la transizione verso il capitalismo, avviandosi faticosamente fuori da un’epoca di stagnazione.

Il caso di riforma economica più sensazionale è senza dubbio quello cinese. La Repubblica Popolare guidata da Deng Xiaoping diede una svolta al proprio sistema a partire dal 1978, percorrendo il percorso di “rimonta” ad una velocità mai vista prima e divenendo il caso di crescita economica più veloce nella storia. Invece i paesi del cosiddetto Terzo e Quarto mondo si integrarono con tempi diversi all’interno dell’economia mondiale. Tra i primi ci furono Taiwan e la Corea del Sud, dove le imprese iniziarono a produrre, ad esempio elettronica o vestiario per i distributori statunitensi o europei, in base ai brevetti e alla tecnologia di imprese occidentali. Il loro successo fu da esempio per altre economie emergenti, che incominciarono ad aprire i propri territori agli investitori e ai beni stranieri.

Così prendeva forma il nuovo sistema di produzione mondiale, centrato attorno alle strutture aziendali multinazionali, che usano i paesi più poveri come luoghi dove stabilire (delocalizzare) le parti più low-wage e labor-intensive della loro catena produttiva. Queste nazioni, specialmente quelle asiatiche, sono in grado di entrare in questo processo se offrono buone infrastrutture, trasporti e forza lavoro relativamente formata e a basso costo. Questa nuova globalizzazione della produzione è stata resa possibile da grandi innovazioni come i container standardizzati che permettono il trasporto via navi e camion, oppure il design industriale computerizzato e altre tecnologie informatiche.

I paesi che ancora dove i rivoli della crescita economica ancora non fluiscono sono quelli isolati, su alte catene montuose, lontani da mare e fiumi, o piccole isole del Pacifico. Queste aree hanno molti svantaggi e alcuni benefici. Nelle prossime puntate discuteremo come la riduzione della povertà possa avvenire in quei luoghi.

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Scrivi ad a.lisi1986@gmail.com

p.s.

Scopri anche:

8 Obiettivi 0 Povertà
Percorsi didattici per la scuola secondaria sugli obiettivi di sviluppo del millennio


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